AULA, Seduta 625 - Approvata delega a governo su circolazione stradale
Presidente, colleghe e colleghi, siamo qui, ancora una volta, a recitare una sceneggiatura già vista, ormai la conosciamo a memoria. È un copione che abbiamo vissuto già sul salario minimo, lo abbiamo vissuto la settimana scorsa sul congedo paritario e, adesso, lo rivediamo puntuale sulla settimana corta. Siamo davanti a un emendamento soppressivo e fine della storia, fine della discussione, fine, ancora una volta, di qualsiasi possibilità di migliorare la vita concreta delle persone che rappresentiamo in questo Parlamento.
Ma votare contro questo provvedimento è un calcio al futuro del Paese; è rinnegare i dati, è voltare le spalle a esperienze che ci arrivano da tutto il mondo, non solo da Governi, ma anche dalle aziende, anche da aziende italiane, che hanno già capito dove va il futuro e gli vanno incontro. Bisogna dire, purtroppo, che voi, di dove sta andando il mondo, ci state capendo davvero poco, e purtroppo ce ne state dando una dimostrazione plastica in queste ore: non eravate stati informati dell'attacco all'Iran, non ne avevate letto i segnali, e mentre i Ministri scoprivano la notizia dai telefonini ci sono italiani in Medio Oriente e nei Paesi arabi che sono soli, lasciati senza una parola, senza una risposta, senza una presenza istituzionale Ma che c'entra, ha parlato cinque minuti dell'Iran!.
Ecco, quella solitudine non è un incidente diplomatico, è che siete fuori dal mondo. Ed è talmente vero questo che, infatti, il mondo non vi tiene in conto: non vi informano neanche i vostri cosiddetti alleati e così lasciate gli italiani nell'incertezza. Analogamente succede per i lavoratori italiani, per il mondo del lavoro. Li lasciate senza un salario minimo che li protegga dallo sfruttamento, li lasciate in cantieri e capannoni da dove, ogni settimana, qualcuno non torna a casa - è successo, purtroppo, proprio nelle ultime ore, di nuovo all'Ilva di Taranto -, li lasciate senza strumenti, senza tutele, senza la dignità minima che uno Stato civile dovrebbe garantire a chi lavora.
E allora dobbiamo dirlo: questo è un Governo che non sa cosa succede nel mondo, esattamente come non sa cosa succede nelle fabbriche. È la stessa distanza, è la stessa indifferenza, la stessa sistematica incapacità di stare dalla parte di chi è più esposto, e oggi, con questo emendamento soppressivo, ne abbiamo l'ennesima conferma. Ma vorrei che questa maggioranza guardasse in faccia quello che sta facendo, perché non state bocciando una riforma, state impedendo persino di provare. Bocciate un'opportunità volontaria sostenuta da incentivi, valutata con metodo scientifico. Eppure, anche questo, anche solo aprire uno spazio per capirci di più, per voi è troppo.
E allora parliamo di numeri, e voglio sottolinearlo perché li ha scritti per noi un grande sociologo, Domenico De Masi , che ricordiamo con grande affetto: un italiano lavora 400 ore all'anno in più di un tedesco - 400 ore sono quasi 11 settimane di lavoro aggiuntivo -, e con il 20 per cento di lavoro in più, produciamo il 20 per cento in meno di ricchezza; il nostro tasso di occupazione è al 60 per cento, quello tedesco al 79 per cento; tre anni dopo la laurea, in Germania lavorano 93 ragazzi su 100, in Italia 52.
Ecco, questi non sono evidentemente, sono fotografie di due Paesi che hanno scelto strade totalmente diverse, e noi stiamo scegliendo, oggi state scegliendo di stare ancora su quella sbagliata. Vedete, Keynes nel 1930 prevedeva che i lavoratori del 2030, cioè un secolo dopo, avrebbero lavorato 15 ore settimanali grazie al progresso tecnologico. Il progresso tecnologico è evidente a tutti, ed è evidente a tutti che, in effetti, è un dato verosimile, ci aveva visto lungo lui. Quella scadenza si avvicina, ma noi stiamo ancora discutendo se sia lecito sperimentare una riduzione mentre Paesi come Islanda, Spagna, Giappone, Nuova Zelanda, che sono democrazie liberali proprio come la nostra, hanno il coraggio di testare modelli diversi, e quello che hanno scoperto smonta l'obiezione più comoda che sento circolare in quest'Aula, nei corridoi, in Commissione, cioè che lavorare meno significhi produrre meno. Ma non è così, e dobbiamo dirlo chiaramente.
Quando un'azienda riduce l'orario succede una cosa ovvia ma che a voi, evidentemente, non è così ovvia, cioè si razionalizza, è costretta a ripensare come lavora: elimina, magari, delle riunioni che non servono; taglia la burocrazia; smette di misurare il valore dei dipendenti in ore di presenza e inizia a misurarlo in risultati. E i dati lo confermano: la produttività è più alta, l'assenteismo è ridotto, i lavoratori non si consumano. Non è un'opinione, sono risultati documentati, misurati, replicati in contesti diversi. Ma, evidentemente, voi preferite non saperlo, preferite sopprimere la domanda piuttosto che rischiare una risposta scomoda. Ma fermiamoci su questo punto, perché questo è il punto. Noi non vi stiamo chiedendo di cambiare il me
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