Autopsia su Nitto Santapaola. Cremazione. Ceneri a Catania accanto alla moglie. Raccapriccianti messaggi social. L’intervento della Commissione antimafia. Il servizio di Angelo Ruoppolo.
E’ stata eseguita a Milano l’autopsia, disposta dalla Procura, sulla salma di Benedetto ‘Nitto’ Santapaola, lo storico capo di Cosa Nostra di Catania , detenuto al 41 bis nel carcere di Opera a Milano, morto a 87 anni il 2 marzo scorso nel reparto di Medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo, dove è stato trasferito per le sue condizioni di salute. Santapaola, arrestato nel ’93, è stato uno dei più sanguinari boss mafiosi siciliani, condannato a 18 ergastoli, anche per le stragi di Capaci e Via D’Amelio, per l’uccisione del giornalista Giuseppe Fava e dell’ispettore capo di polizia Giovanni Lizzio. La salma sarà cremata a Milano e poi le ceneri saranno trasferite a Catania. L’urna sarà, probabilmente, conservata nella cappella di famiglia, nel cimitero della città, dove riposa la moglie, Carmela Minniti, uccisa a casa sua il primo settembre del ‘95 a colpi di pistola dal ‘pentito’ Giuseppe Ferone, un ex affiliato al clan Ferlito-Pillera che ha confessato: “Mi sono vendicato. Volevo fare provare a Santapaola lo stesso dolore che io avevo provato con la morte di mio padre e di mio figlio, assassinati senza che lui abbia fermato i sicari”. Non sono previste cerimonie funebri. Sui social nei giorni scorsi sono apparsi messaggi come: “Sei stato un grande, come te non ce ne saranno mai”, “Sei la storia di Catania, hai scontato tutto come un vero uomo d’onore”, “Ciao Nitto, finalmente starai in pace senza questi infami traditori”, “Oggi in cielo c’è una nuova stella, proteggici da lassù”. “Rip Nitto Santapaola”, “Condoglianze alla famiglia”, “Riposa in pace zio Nitto”, “Rimarrai sempre nei nostri cuori”. La presidente della Commissione nazionale antimafia, Chiara Colosimo, ha già attivato un protocollo con TikTok per la rimozione dei contenuti che inneggiano ai mafiosi. E afferma: “Abbiamo segnalato questi post e alcuni sono già stati rimossi. A scriverli non sono solo familiari, ma anche giovani che crescono nel mito dei boss. Spesso non sono organici ai clan e ciò è ancora più grave. Dimostra che c’è una fascinazione del male che facciamo fatica a sradicare”.
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