Oggi vi parlo di un fotografo che si è messo la macchina fotografica sull’elmetto ed è sbarcato insieme all’esercito americano in Normandia per documentare la carneficina o per
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farla finita, non ho capito bene. Quando Parigi venne invasa dai nazisti l’unico monumento funebre che subì dei danni fu la tomba di una ragazza morta pochi anni prima, ad appena 26 anni.
La cosa “curiosa” è che non si trattava di una ragazza francese, ma di una ragazza tedesca, e che non era neanche morta a Parigi, ma a Madrid.
Il suo nome era Gherta Pohorylle, era una tedesca di origini polacche, ma tutti la conoscevano da tempo come: “Gerda Taro”. Era una fotografa di guerra e il suo elogio funebre venne composto e letto davanti a quella tomba da Pablo Neruda e Louis Aragon e il piccolo falcone di Horus, simbolo di luce e resurrezione era stata scolpita da Alberto Giacometti.
Il compagno degli ultimi anni di vita di Gerda era stato un fotografo ungherese che si chiamava Endre Friedman ma che tutti, ormai, conoscevano con il nome di Robert Capa.
I due erano dovuti fuggire dalla germania nazista e si erano rifugiati a Parigi. Endre poichè è ebreo e comunista, e Gerta perché, pur essendo tedesca, è ebrea ma di chiare origini polacche, ed è coinvolta già da tempo nei movimenti anti-fascisti e anti-nazisti tedeschi.
Quando Gerta e Endre si incontrano, lei lavora come assistente in un’agenzia fotografia, e fa assumere Endre, poco tempo dopo, lui la convince a intraprendere la carriera fotografica.
Da qualche tempo lei si presenta come Gerda Taro, perché le sembra che questo pseudonimo, sia più orecchiabile di Gerta Pohorylle, e che richiami Greta Garbo.
Poi inventa uno pseudonimo anche per Endre, e lo pseudonimo è Robert Capa. Per molto tempo questa è stata la versione ufficiale.
Lei Gerda, lui Capa.
Lei morta a 26 anni, Lui, il più grande fotoreporter di guerra di tutti i tempi.
Ma la storia non è esattamente questa.
Il personaggio di Robert Capa, in realtà, è stato creato come una mossa di marketing da Gerda.
All’inizio del 1935, infatti, per Parigi si sparge la voce che tale Robert Capa, un affermatissimo fotografo statunitense, sia arrivato nella capitale per ritrarre la città e i suoi personaggi, in quegli anni difficili.
Il fantomatico Capa comincia una lunga e fruttuosa collaborazione con la rivista statunitense Life. D’altronde, bisogna anche dire che se uno voleva fare il reporter di guerra, quello era sicuramente il periodo migliore di tutti. Si erano appena affermati gli apparecchi per pellicole a 35 millimetrie poi… soprattutto era un’epoca piena di guerre.
Nel 1936, la coppia di fotografi, lascia Parigi e va in Spagna per testimoniare la lotta antifascista dei repubblicani.
Arriva il 1937 e Gerda è al seguito delle truppe Repubblicane impegnate nella battaglia di Brunete.
Si trova sul predellino di un camion quando un attacco dell’esercito franchista costringe i miliziani alla ritirata e nella confusione della manovra, Gerda cade dal camion e viene schiacciata dallo stomaco in giù da un carro armato “amico”.
Trasportata d’urgenza all’ospedale di Madrid, rimane cosciente fino al momento della sua morte, il giorno dopo.
Dalla sua morte, la prima di una fotoreporter sul campo, Robert Capa non si riprenderà più.
Per onorare la vita e il lavoro della compagna, già nel 1937 riuscirà a far pubblicare un libro dal titolo piuttosto esplicito: Death in the making.
Da quel momento in poi, Robert Capa, diventa Robert Capa a tutti gli effetti e sposerà il motto: “Se le tue foto non sono buone è perché non ti sei avvicinato abbastanza.”.
Da quel momento, infatti, lui sarà sempre abbastanza vicino.
Nel ‘37 è di nuovo in Spagna, a Bilbao, nel ‘38 è in Cina per la guerra sino-giapponese, nel ‘39 è di nuovo in Spagna. Allo scoppio della seconda guerra mondiale è in nord Africa. Nel luglio del ‘43
segue le truppe americane che liberano la Sicilia. Poi va a Londra per un po’ di bombardamenti e poi… D-Day, ossia Sbarco in Normandia. Si piazza la macchina fotografica sulla testa e scatta tre rullini.
Se ne salverà soltanto uno. Si dice per colpa di un tecnico di laboratorio della rivista Life.
Le foto che verranno pubblicate sono le famose foto fuori fuoco, di cui ancora oggi si discute: sono autentiche? sono fatte dopo lo sbarco? sono fuori fuoco per l’errore del tecnico di laboratorio? Capa nuotava? Insomma. Capa ha sempre commentato con un semplice: sono foto leggermente fuori fuoco e basta.
E questo la dice lunga e la storia finirebbe qui.
Se non fosse per una scatola di legno e cartone creduta perduta per più di 50 anni e ritrovata per caso in Messico e oggi conosciuta con il nome di Valigia Messicana.
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