È possibile considerare il GENOCIDIO di Gaza solo come l’effetto della spregiudicata politica colonialista del piccolo Stato di Israele? Che questo piccolo Stato, per quanto tecnologicamente e militarmente equipaggiato, possa aprire diversi fronti di guerra contemporaneamente per portare a compimento un proprio esclusivo progetto di dominio regionale senza la complicità e la partecipazione diretta della comunità internazionale e del complesso economico finanziario occidentale? Evidentemente no. Era già chiaro da tempo a molti, ora dovrebbe esserlo a tutti, anche alla luce della relazione della relatrice ONU Francesca Albanese. Il GENOCIDIO del popolo palestinese è un enorme BUSINESS, al pari di tutti i genocidi della storia: “Le imprese coloniali e i genocidi ad esse associate sono stati storicamente guidati e resi possibili dal settore aziendale. (...) Lo stesso vale per la colonizzazione israeliana delle terre palestinesi, la sua espansione nei territori palestinesi occupati e l’istituzionalizzazione di un regime di apartheid coloniale.” (Francesca Albanese)
Israele è l’avamposto dell’Imperialismo americano in Asia. Il suo governo è sostenuto da un sistema economico finanziario che si nutre di guerre. La catastrofe umanitaria di Gaza è conseguenza della politica dei governi occidentali, è espressione delle grandi banche, dei fondi di investimento, di compagnie assicurative, dei produttori di armi, delle aziende big tech, di industrie estrattive, di imprese di costruzione, di università e perfino di organizzazioni di beneficenza che ricavano profitto dal GENOCIDIO.
L’elenco dei soggetti che investono nella guerra di sterminio del popolo palestinese è lungo e noto. Tutti sappiamo, non esistono più alibi. Tutti possiamo e dobbiamo giudicare, condannare, boicottare, costruire forme di resistenza e mobilitazione.
La politica dei governi occidentali, interna ed estera, fondata sul sistema capitalistico, è strutturalmente incardinata su un’ECONOMIA DI GUERRA, che fra l'altro porta alle estreme conseguenze il definanziamento statale di tutto quanto non valorizza il capitale. Le tecnologie belliche divengono pertanto un campo inesauribile di giganteschi investimenti di denaro. Il genocidio è allora un’opzione praticabile, all’occorrenza.
Non esiste limitazione morale all’imperativo del capitale. Se una decisione strategica, anche la più efferata, è necessaria al profitto, il sistema finanziario militare-industriale occidentale la esegue. Se c’è un governo, come quello israeliano, intenzionato a organizzarla, se c’è un esercito disponibile a compierla, se ci sono armi, se c’è – come in tutto l’Occidente capitalistico - un sistema mediatico pronto a manipolare le masse, schiere di giornalisti di successo pronti a raccontare storie edificanti sui carnefici e storie orribili sui resistenti all’oppressione di classe e coloniale, se c’è un sistema sofisticato di controllo e di repressione di ogni gesto di contrasto e di rivolta, allora ogni atto infame è praticabile. Se il mondo occidentale, per riprodurre ed estendere i propri meccanismi di accumulazione di capitale e per conservare i propri spazi imperiali e coloniali, necessita di un genocidio, allora ne costruisce le condizioni e lo compie.
Eppure la domanda ingenua che l’ideologia dominate mette in bocca a masse un po’ arrabbiate e impaurite, ma impotenti, è questa: come è possibile che non esista un limite, un potere sovranazionale che possa contrastare la prepotenza di Israele? Perché l’Onu e le corti internazionali di giustizia non hanno alcun potere nel contrasto alla guerra di sterminio? Che fine hanno fatto il diritto internazionale e i diritti umani?
Dietro queste domande è facile riconoscere, insieme all’incredulità e alla diffidenza, l'assimilazione di quella fede feticistica nel diritto sulla quale la borghesia capitalistica ha costruito il suo dominio lungo la storia moderna. Tanto l’assoggettamento coloniale, quanto l’assoggettamento del lavoro salariato, sono avvenuti nel segno del diritto, il cui cardine è sempre stato il libero commercio. I reati contro la proprietà in Occidente, e le cannoniere nei paesi d’oltremare che rifiutavano i traffici economici delle grandi compagnie. È questa la preistoria delle guerre per i “diritti umani”, con le quali l’imperialismo occidentale oggi giustifica le sue rapine.
Abbiamo discusso di questi argomenti con Mjriam Abu Samra, ricercatrice e militante italo-palestinese, autrice del saggio (insieme a Sara Troian) "La Palestina e la logica coloniale del diritto internazionale". Abbiamo affrontato il tema controverso del diritto internazionale, di un diritto cioè che ha rimosso ostacoli a guerre di conquista, genocidi e apartheid. Delle origini, della natura e delle funzioni del diritto internazionale. In questo orizzonte assume rilievo l’aiuto, indiretto ma efficace, dato a Israele dalla Corte dell’Aja, che condanna, con un unico metro, astratto e formale, gli sterminatori e i resistenti allo sterminio.
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