La Sottrazione di NOI Due - Ecco il brano scritto da GIORGIO BAIARDI (Joe Martini) da dove ho tratto il testo della canzone:
Erano quelle sere che a New York chiamano "il fischio bianco", il momento esatto in cui il rumore della città s'incrina e per un breve, agghiacciante respiro si sente solo il vuoto. E a me, quelle sere, pareva che si fermassero proprio lì, sul davanzale scheggiato del mio monolocale. Io restavo immobile, il corpo una guglia piantata nel tappeto polveroso, temendo che un solo movimento, persino l'apertura delle palpebre, potesse far collassare il delicato ricordo dell'assenza.
Era l'assenza a dettare il perimetro della mia vita, una geometria del vuoto che ridefiniva ogni superficie. C'erano ancora le tue impronte, proprio lì, sulla sezione del pavimento in legno chiaro dove non avevi mai posato piede. Era una cosa quasi onirica, il mio cuore le inventava con la precisione di un cartografo ossessivo, macchie di luce o lievi increspature nella grana del legno che dovevano essere il calco del tuo piede. E io le guardavo finché non diventavano reali, finché l'aria intorno non si faceva densa, satura del tuo profumo che era, lo ricordo, un accordo di rugiada e pagine ingiallite.
"Ci sono impronte di te dove non sei mai stata," scrivevo ogni notte sul mio quaderno senza margini, "ma non riesco a convincere il cuore che se le inventa." Era una formula, il mio piccolo e fallimentare tentativo di ingegneria emotiva. E poi, immancabile, la caduta. Ogni volta che la vita decideva di farmi inciampare, sul marciapiede sconnesso, in una conversazione troppo veloce, l'atterraggio avveniva sempre nello stesso punto. Il punto zero. Il punto esatto in cui tu iniziavi ad esistere nella mia consapevolezza, quando eravamo ancora due entità non contaminate dal verbo dell'addio. Dimmi se resta un posto per me, mi sussurrava il mio subconscio, in quella parte fragile che non mostri mai. Non era una domanda, era un'invocazione. Io, invece, ero rimasto il custode non retribuito del tuo precipizio. Ero ancora dove cadevi tu, il punto preciso in cui la tua sicurezza si fendeva, dove le spalle si rilassavano per un secondo di troppo. Eravamo due magneti che continuavano a cercare l'allineamento, anche se uno dei due era stato polverizzato e disperso dal vento. Il tuo sguardo, quello che non si decideva ad andare via, mi ancorava. Non ho più chiuso una porta da quando hai fatto la cosa più crudele e definitiva: andartene. Ogni battente lasciato aperto era una precauzione, un sistema d’allarme contro il trauma dell’impatto. Ho paura che un giorno il mio passo inciampi nel tuo nome. Era un rischio fisico, quasi. Ogni ombra, poteva evocare la sillaba esatta del tuo nome e farmi cadere, un’altra volta, nel gorgo che non aveva fondo. Mi sveglio spesso con un rumore che non è della notte. È il clic secco dei ricordi che si resettano, che si ripresentano in alta definizione, anche se vivo in un'altra città, lontano da ogni cosa che assomigli a un confine, a una linea di demarcazione tra il prima e il dopo. Ma il confine più ostinato, quello vero, è quello che hai disegnato tu, e che io mi porto dentro come un tatuaggio invisibile.
Mi porto dietro il modo in cui guardavi le persone, quello sì. Eri un giudice equo ma implacabile. Guardavi il mondo come se ti dovesse, non una scusa, ma una spiegazione onesta e ben argomentata. E forse è per questo che la mia memoria non riesce a sfrattarti, sei l’unica verità rimasta in un mondo che si è ridotto a pura congettura. L'unico sogno che ha rifiutato l'oblio, l'ultima moneta d'oro rimasta in un borsellino vuoto.
Quando guardo dietro me, non trovo un punto di partenza, ma un punto di arrivo. Ritrovo il punto esatto in cui finivi tu. Dimmi se senti nostalgia di me, in quella stanza vuota dove non dormi mai. Che non è fatta di mattoni, ma è una camera blindata nel tuo cuore, un caveau che non ha mai concesso riposo. Io, nel frattempo, resto fermo. Fissato come un'immagine su un cartone, proprio dove il sogno si è interrotto, dove la pellicola si è bruciata sullo schermo. E se per assurdo tornassi adesso, so cosa succederebbe. Troveresti tutto dove l’hai lasciato. Tutto immutato, un piccolo e desolante museo della nostra vita condivisa. Tranne me.
Io sono rimasto un passo indietro. Non per seguirti, ma per avere la prospettiva esatta, l’inquadratura perfetta, nel caso in cui decidessi di fare dietrofront. Sono un passo indietro, a calcolare la traiettoria del tuo ritorno.
Dimmi se passa il tempo per te, o se ti torna il cuore quando non vuoi più. Il mio tempo, te lo assicuro, non è passato. Io sono ancora in quel luogo, sacro e muto, dove tacevi tu. E il mio amore per te è diventato, infine, un segreto: un segreto che non ha trovato un posto migliore in cui nascondersi, e perciò è rimasto lì, a fare guardia al vuoto.
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