Synelnykove – Nonostante l’esercito russo sia sostanzialmente fermo a posizioni che, come nel caso di Pokrovsk, si trovano a una cinquantina di chilometri rispetto a dov’era dodici anni fa, città come questa – che si trova a 150 km dall’attuale zona di contatto – subiscono attacchi quotidiani praticamente a tappeto. Lo scenario a Synelnykove è quasi da ground zero: i tetti della maggior parte delle villette sono a pezzi o rattoppati con teloni forniti a scopo umanitario da organizzazioni internazionali e associazioni di volontariato, mentre gli edifici più imponenti sono per lo più erosi o completamente distrutti dalle bombe.
Analogamente a quanto descritto ieri da Pavlohrad, anche qui gli ultimi anni di guerra dimostrano che il controllo fisico del terreno non è più l’unica metrica del successo operativo. Mosca può infatti restare quasi immobile su certe direttrici ma ampliare la profondità d’ingaggio, la persistenza sul bersaglio e la densità di saturazione. Come abbiamo riportato anche in video da diversi versanti del fronte, il risultato è una dilatazione artificiale della kill zone, che non è più delimitata dalla mera portata dei droni multirotore a radiofrequenza (≈ 20 km) o su fibra ottica (≈ 50 km), perché a loro volta essi vengono proiettati da altri vettori più grandi in contesti distanti anche oltre 200 km dalle zone di contatto. Quest’evaporazione della distinzione tra fronte e retrovie produce una pressione costante sulla popolazione – soprattutto civile – lontana dal fronte, allo scopo d’eroderne la resilienza. L’aviazione russa ha inizialmente lanciato i propri droni su Synelnykove con l’intenzione di produrre una paralisi delle infrastrutture ferroviarie, energetiche e logistiche. Come abbiamo documentato nei nostri precedenti videoreportage, il successo di quegli strike è stato limitatissimo e circoscritto ad archi spaziotemporali che gli ucraini hanno ulteriormente ridotto.
Le successive ondate di strike russi sono state mirate a produrre una compressione della vita civile. L’aviazione di Mosca ha bersagliato aziende locali, edifici amministrativi, condomini e singole abitazioni non solo per logorare la capacità militare ucraina ma per terrorizzare la popolazione civile. La desertificazione d’aree distanti anche 150 km dalle zone di contatto alimenta un’illusione ancora misurabile in chilometri quadrati che il Cremlino ha ormai adattato al modern warfare: controllare, anziché occupare. Quella che stiamo vivendo è dunque già diventata una guerra reticolare che cancella le distanze, rendendo invivibili aree che non vengono conquistate.
Se la capacità russa d’avanzare territorialmente è molto limitata, quella di proiettare fuoco in profondità è tuttavia cresciuta in modo esponenziale. Dal 2014 la guerra nel Donbas è stata prevalentemente combattuta con l’artiglieria e dal 2022 con sempre più fanteria e gruppi corazzati. Nel 2026 sono le bombe aeree plananti guidate, i missili da crociera e balistici ma soprattutto i droni a produrre l’impatto maggiore. Le capacità tecniche di quella che fino a pochi mesi fa era considerata una versione a corto raggio di questi dispositivi si sono progressivamente estese fino a far evaporare il concetto stesso di retrovie. I droni multirotore vengono usati sia come loitering munitions sia come sentinelle.
Analogamente, anche la capacità di proiettare attacchi a distanza è cresciuta, perché i droni a lungo raggio e alto potenziale esplosivo producono ormai quasi lo stesso effetto d’altri missili da crociera ben più costosi, con la differenza che a loro volta vengono impiegati sempre più sovente come vettori d’altri strumenti di morte ancor più selettivi. Come nel caso di Synelnykove, che pur trovandosi così lontana dalle zone più critiche del fronte sta diventando essa stessa una kill zone. Solo ieri le misure di contenimento ucraine hanno permesso l’eliminazione di due droni FPV russi controllati a ben 150 km di distanza da operatori che definire soldati in senso stretto è forse oggi fuori luogo.
Limitare a una bandiera issata sulle macerie d’una grande città l’idea che Mosca non avanzi sarebbe tuttavia un enorme errore di valutazione.
La stagnazione territoriale russa – evidente lungo assi come quello di Pokrovsk – non è una smentita della sua capacità offensiva ma il segnale d’un diverso modo d’esercitare potenza: non più, o non principalmente, manovra, bensì proiezione tecnologica del fuoco in profondità. È un modello che ricorda, in chiave aggiornata, la trasformazione già vista nel Donbas fra il 2014 e il 2015: allora furono Grad, Uragan e artiglieria tubolare a trasformare città come Debaltseve o Avdiivka in zone d’attrito permanente; oggi è l’integrazione fra droni, bombe plananti e reti civili a dissolvere il concetto stesso di retrovia.
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